|
Esempio classico di superstizione feticista. Isidoro racconta che di questa si cibassero i primissimi uomini (Origini) e indubbiamente essa doveva essere tenuta in alta considerazione se alcune famiglie patrizie di Roma ne avevano tratto il nome. Gli Egizi non ne seminavano, non ne mangiavano, non toccavano quelle nate da sé, nemmeno le guardavano. Pitagora vietò egli pure l’uso delle fave, e dicesi che, inseguito da assassini, preferì arrischiare la vita piuttosto che attraversare un campo di fave. Cicerone asseriva che il divieto delle fave avesse le sue buone ragioni, per impedire che si facessero sogni divinatori, perché esse riscaldano eccessivamente, irritano gli spiriti e non concedono all’anima la quiete necessaria alla ricerca della verità (De Divinatione). Aristotele assegna parecchie cause al divieto, una delle quali era quella che al filosofo non conviene occuparsi di faccende pubbliche, dato che con le fave si procedeva alla elezione delle magistrature. (Anche a Firenze, al tempo dei Comuni, si chiamavano “fave” le pallottoline degli scrutini).
|